Control

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Una vita a 100 all’ora. Una vita di scelte sbagliate.
Si può riassumere così la breve, complicata e contorta esistenza di Ian Curtis, indimenticato leader dei Joy Division, prematuramente scompaso non ancora ventiquattrenne. Control, film di Anton Corbijn, ci racconta la storia nera di un poeta dannato del rock inglese degli anni settanta.

La pellicola indugia molto sui particolari e sulla caratterizzazione del personaggio. Il percorso della band che, inevitabilmente, si lega a doppio filo con le vicende narrate, non prende mai il sopravvento sulla sua storia personale e assume le sembianze dell’habitat in cui Ian Curtis, interpretato da Sam Riley, si muove. Le ossessioni, gli psicofarmaci, i deliri, la tendenza al suicidio e l’epilessia, “il grande male”, sono i punti cardine che ricorrono costantantemente e che non mancano mai di fare capolino nelle vicende del ragazzo. Ma sono sopratutto i suoi errori a legare tutte queste circostanze, e a rendere tutto ciò che lo circonda un gigantesco labirinto senza vie d’uscita. Il fallimentare matrimonio con Deborah Woodruff è la prima e principale scelta completamente sbagliata. Lo sposalizio tra i due arriva come un fulmine a ciel sereno, cade dal cielo inaspettato e stridente, in totale contrasto con gli avvenimenti di quel periodo e con l’età del ragazzo, ancora diciannovenne. Così come fuori luogo è la scelta di concepire un figlio, quasi come se fosse una specie di risarcimento per la mancata felicità della vita coniugale inferta a Deborah. E’ lo stesso Ian ad ammettere la gravità dei suoi sbagli nella lettera ad Annik: “Sto pagando a caro prezzo i miei sbagli. Mai avrei immaginato che un errore di quattro o cinque anni fa potesse farmi sentire in questo modo”.

Annik Honorè. E’ lei un altro fondamentale filo conduttore sul quale viene focalizzata l’attenzione. La giornalista belga, infatti, irrompe nella vita di Ian Curtis come la primavera che si manifesta improvvisa. Bella e seducente, intrigante come l’amore privo di regole, intriso di passione e di voglie, acuminate dallo stuzzicante alone di mistero che regalano soltanto le cose proibite, nascoste, illecite. Annik è un’emozione splendida che sai che non tornerà più. Sarà lei che, in maniera inconsapevole, minerà ulteriormente la stabilità mentale del giovane, portandolo a perdere il controllo di se stesso, a dimenticare la moglie e la figlia, ad alienarlo dalla vita privata che si era scelto per trascinarlo verso una diversa e più invitante quotidianità emotiva. La ragazza, infatti, si manifesta come il sogno inarrivabile, il sempiterno desiderio che può finalmente essere soddisfatto, l’intima voglia sempre accarezzata e mai neanche sfiorata. Salvo poi chiamarsi indietro, impaurita, quando la situazione sembra farsi seria, quando è chiamata a diventare compagna e non effimera amante, quando è lei a doversi prendere cura delle crisi e a diventare la sua stabile controparte. Ma, anche in questo caso, l’errore fondamentale viene da lui. “Cara Annik, so che io mi sono intromesso nella tua vita, non tu nella mia”.

Sam_Riley_-_Control

Anton Corbijn è un artista che di musica ne sa, e di musica vive.  Dapprima fotografo, poi regista di videoclip, collabora con artisti di punta quali U2, Depeche Mode, Johnny Cash, Metallica, Nick Cave, ecc.., e si cimenta anche con l’arte dello scrivere. Tra le numerose pubblicazioni di ambiti e generi diversi, nel 2012 ha mandato in stampa un libro di fotografie che ripercorrono il sodalizio tra Tom Waits e il poliedrico olandese. Proprio in Control, il suo esordio come regista nell’ambito cinematografico, combina le due cose richiamando a più riprese l’interesse di Ian Curtis per le poesie e la letteratura in generale. “La mia vita è così che è cominciata, ed è così che ora sono un uomo, e così la voglio anche quando invecchierò, sennò lasciatemi morire.” La citazione di William Wordsworth apre il film, dando il la alla storia con Deborah, e prevede le immagini del suicidio durante le pseudosedute di ipnosi con il compagno di band Bernard Sumner.
L’importanza delle parole è un aspetto che viene evidenziato a più riprese nella pellicola. Sovente la narrazione si ferma per dare tempo al giovane Ian di esplicitare pensieri, idee, riflessioni. E’ lui stesso che ci spiega i suoi stati d’animo, estraniandosi e nascondendosi dietro al suo silenzio per comunicarci le disperazioni che attanagliano la sua mente. “È come se non stesse succedendo a me ma a qualcuno che fa finta di essere me, qualcuno che si è cucito la mia pelle addosso. Ho perso il controllo.” Ci racconta i suoi desideri, dando loro forme eteree e astratte, mai banali: “Di new york i cuori a pezzi, e i suoi segreti miei farei. Ti stamperei nella pellicola di un film. Tutto questo vorrei.”. La poesia e le immagini figurate, mischiate all’abilità di paroliere, prendono spesso il sopravvento sulla trama e si stagliano prepotentemente in primo piano.  Questo aspetto sembra in contrapposizione con i numerosi episodi di mutismo del cantante dei Joy Division. La gestualità goffa ma comunicativa portata in scena da un ottimo Sam Riley riesce ad essere estremamente espressiva, ricorrendo a buffi e sgraziati balletti, sguardi e occhiate significative, e un corpo in perenne movimento agitato.  Splendida è la scena che precede l’esibizione di Dead Souls, quando il frontman temporeggia per quasi un minuto, mentre la band suona, saltellando sul palco come fosse tarantolato; la sequenza riesce a far immedesimare  nella pellicola, come uno spettatore del locale dove si tiene il concerto, attanagliato dalla curiosità di sapere quando, o addirittura se, l’imprevedibile Ian inizierà a cantare. Altrettanto forte è invece il momento in cui Deborah lo inchioda al muro nel disperato tentativo di carpire qualche informazione su Annik. Il prolungato mutismo di Ian è più eloquente di qualsiasi parola, e riesce addirittura ad essere snervante e fastidioso.
La convivenza e la complementarietà di parole e silenzi è un tratto caratteristico essenziale e ben bilanciato di tutto il lungometraggio. Il vero capolavoro di Corbijn è far coesistere queste due realtà contrapposte in maniera apparentemente semplice.

Potrebbe apparire quasi superfluo, trattandosi di un film sul cantante dei Joy Division, indugiare sulla colonna sonora. In realtà, oltre a ripercorrere i capisaldi della carriera del gruppo di Manchester, le citazioni verso gruppi contemporanei dell’epoca non mancano. Il primo a comparire è David Bowie, nella camera di Ian e durante il primo concerto insieme a Deborah, ma la sua essenza si respira in tutto il film, tributo ad un personaggio simbolo di quella decade. Oltre a Ziggy Stardust molti riferimenti vengono riservati ai Buzzcocks, ammirati e fonte di ispirazione per la band. C’è spazio anche per un concerto dei Sex Pistols e un tocco di Jim Morrison. Control cala lo spettatore in una realtà ben dettagliata, facendolo immergere nell’Inghilterra sonora degli anni settanta, in quella miscela esplosiva di glam rock, punk, new wave che ha scritto pagine indelebili e storiche della storia del rock. Tocca però all’americano Iggy Pop accompagnare Ian Curtis nei suoi ultimi momenti, quando finalmente riesce nel suo drammatico scopo. Sbucano inattesi anche i Killers, con una cover di Shadowplay, in un immaginario filo conduttore tra un convivio musicale di qualche decennio addietro con il regno unito di oggi. Tutte questo viene continuamente mischiato con  la musica dei padroni di casa, una cassa martellante in sottofondo che non smette mai di battere.

Così come mai si indebolirà l’irruenza malinconica dei Joy Division e del loro leader maledetto. Una potenza che, ancora oggi, riesce a farmi risuonare in testa l’intro di Disorder da tre giorni consecutivi.
Control, con le sue vivide tonalità di grigio intarsiate alla perfezione nella storia, ci racconta queste favola nera del ventesimo secolo. Una storia di musica, amore e disperazione. Una storia che, così raccontata, non mi annoierei mai di ascoltare.

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