Critica della ragion pura e critica della ragion pratica del Rock

Avevo pensato di scrivere questo articolo qualche mese fa, all’inizio di luglio. Poi, avvolto dalle lusinghe e dalle moine dell’estate, avevo accantonato l’idea. L’onda lunga di polemiche più o meno concrete seguite al concerto dei Rolling Stones a Lucca ha riacceso in me degli interrogativi che da un po’ di tempo mi pongo, e che mi stanno facendo analizzare il mondo in cui “vivo” da quasi due decadi.

Critica della ragion pura: il pubblico.  
Il mio primo grande concerto, con nomi internazionali e con decine di migliaia di presenti provenienti da tutta Italia, risale al 2003. Da quel momento non ho più cessato di bazzicare questi agglomerati di persone. Sono passati quasi quindici anni e, se in quel momento mi sentii accolto e a mio agio come se fossi a casa in mezzo a quella massa indefinibile di umanità, le cose sono, ahimè, molto cambiate. Non voglio soffermarmi, altri prima e meglio di me lo hanno già fatto, sui difetti evidenti del pubblico. Sorvolerò sull’uso smodato dei telefoni, sulla necessità dei selfie a ripetizione, sui milioni di video che andranno perduti in qualche hard disk, sull’ineluttabile bisogno di starnazzare ininterrottamente per tutta la durata dello spettacolo. Il ritorno (il commiato?) dei Rolling Stones in Italia ha alimentato molti altri e più intricati dubbi, che sono sbocciati in una riflessione lunga ed articolata.
Il popolo ha perso lo spirito.
Mick Jagger e soci sono stati protagonisti dell’inaugurazione di qualcosa che rischia di distruggere e minare le fondamenta di tutto il movimento culturale. I Rolling Stones a Lucca sono stati il primo concerto classista della storia del rock. Mai si era assistito ad una situazione di questo genere, con una differenza tra biglietti di nobili e volgo così marcata: oltre 200 euro di disuguaglianza sociale hanno separato la plebe dai patrizi. Sono lontani i tempi in cui vigeva una sola regola: posto, e prezzo, unico  e chi prima arriva si accaparra l’angolo più pregiato, guadagnandosi il diritto sotto il sole e la pioggia, con sudore e pazienza. Anni di lotte per stare in prima fila, quintali di polvere mangiata, lividi da transenne nelle costole, ripagate dal meritato privilegio di vivere il concerto a due passi dal palco. Una situazione meritocratica, equa, giusta. Con l’avvento dell’inner circle le cose hanno iniziato a cambiare, seppur non di molto, vista l’esigua differenza di spesa, difficilmente superiore ai quindici euro. Una bieca manovra lucrativa degli organizzatori, vero, ma pur sempre ad un costo sostenibile.
A Lucca invece è andata in questo modo.
Screenshot_1E la cosa atroce, terribile, agghiacciante, è che il popolo ha annuito felice.
Qualcuno in questi giorni ha scritto su Facebook che funziona così, che è il mondo, la società, la vita. Tutto vero, per carità. Se non fosse che il rock è sempre stato antagonista di questo aspetto. E allora perchè lo spettatore che asseconda assuefatto il sistema vuole assistere ad un momento artistico nato dall’ideale di combattere il meccanismo? Anche questa risposta è tristemente semplice. Il giorno in cui uscirono i biglietti degli Stones iniziai una conversazione su un social dove mi venne giustificato il prezzo esorbitante e la discrepanza tra settori con la motivazione che era un evento imperdibile. Il mio interlocutore non contemplava minimamente il lato musicale, emotivo, culturale della faccenda. Per lui era solo un grande spettacolo, uno show, un evento appunto.
Un evento?!?
Un evento è la prima comunione, un matrimonio, una serata di gala, una notifica da Zuckerberg. I Rolling Stones che suonano è molto più di un semplice evento. E’ un concerto di uno dei gruppi fondamentali di tutta la storia del rock, di un suo capostipite. Ecco dove questo mondo, il nostro mondo, rischia realmente la pelle. Il popolo  schiavo della vanità di assistere ad una luccicante manifestazione si piega alle logiche commerciali dell’apparire, andando in barba a tutte le lotte, le rivendicazioni, le idee, le volontà, le pulsioni istintive. Perde contatto con le basi del pensiero, dell’ideologia. Se si dimentica ciò che durante l’adolescenza spinge a buttare la vecchia cassetta degli 883, di Raf, di Mango, dei Dik Dik, per far posto ai Pink Floyd, ai Queen, ai Nirvana o ai System of a Down, a qualcosa di diverso,  siamo forse davvero vicini al capolinea. Il rock non è, non può, non deve essere, un maledetto evento.
Il rock è un modo di vivere, di pensare, di agire, di essere.
Se ne tradiamo lo spirito lo uccidiamo.

Critica della ragion pratica: i luoghi.
Nell’entrare all’ippodromo del Visarno, all’alba della stagione concertistica estiva, ho notato un inedito sventolio di strani vessilli blu con su una scritta: Token. Non sapevo cosa stessero a significare e ancor più ignoravo che la moda dell’estate 2017 sarebbe stata quella di obbligare la gente a cambiare i propri soldi in questo nuovo e bizzarro conio. Transazione che, peraltro, non prevede la riconversione in euro del valsente avanzato e riguarda una valuta particolarmente cara, visto il costo di 15 euro, pardon, 5 token, per un panino e una birra. Consumismo a secchiate, in piena coerenza col contesto.
Durante questa estate, dicevo, sono stato a due grandi concerti, entrambi al Firenze Rocks mentre nel 2012 sono stato allo Sziget. Ancora non mi spiego come a Budapest sia riuscito a notare nitidamente, senza il soccorso del maxischermo, l’estroso microfono di Jontahan Davis dalle retrovie di una platea di oltre centomila persone, e come invece pochi mesi fa sia riuscito solo a scorgere a malapena e in punta di piedi la testa di Thom Yorke da distanza ridotta. Qualcuno mi sa dire perché in Italia non riusciamo a creare un’area concerto che permetta di vedere ciò che accade sul proscenio anche a chi è alto meno di un metro e ottantacinque? A chi è stato a Lucca a vedere i Rolling Stones è andata anche peggio. In moltissimi si sono lamentati, paventando addirittura un esposto al Codacons, di essere in un’area dalla quale non si vedeva minimamente il palco. Organizzatori nostrali, non è che questa moda dei palchi bassi vi stia sfuggendo di mano? Com’è possibile ospitare cinquantamila persone paganti senza appurare la possibilità di far vedere loro alcunché, quasi fosse un aspetto secondario?

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Da Facebook di questi giorni: “Non fa nulla che in molti non abbiano avuto la possibilità di scorgere il palco, l’importante è aver avuto gli Stones a Lucca”, “Pubblico di bamboccioni senza alcun spirito di sacrificio”, nonchè, da una pagina molto vicina al Lucca Summer Festival, “i problemi dell’Italia sono altri, siamo buoni solo a lamentarci”.  Argomentazioni e motivazioni illuminate, piene di buonsenso. Tuttavia le foto della gente abbarbicata sugli alberi o appollaiata sopra i Sebach parlano da sole, oltre a testimoniare la capacità di adattamento e la voglia di arrangiarsi. La prossima volta sarà sufficiente mettere tanti bagni chimici quanti sono gli spettatori paganti, così tutti si arrampicheranno e il problema sarà risolto. Ma senza dubbio sbaglia chi critica: è assolutamente normale acquistare il biglietto da poveri a 115 euro, per gli Stones, o a 85 euro, per i Radiohead, e trovarsi in una posizione dalla quale il palco è un mero gioco di luci in lontananza. Un ulteriore e triste aspetto di questi commenti è la loro provenienza: addetti ai lavori, gente dotata di un, teorico, spirito critico affilato e oggettivo, che dovrebbe astenersi dalla deprecabile tiritera ululante da Social Network. Da chi si professa amante e esperto di rock esigo ben altro modo di approcciarsi alle cose.

Ho un sogno, una chimera. Vorrei degli spazi all’aperto appositi per i concerti. Luoghi come gli anfiteatri, studiati per ospitare esibizioni musicali dal grande richiamo di pubblico e basati sull’architettura degli antichi. Viviamo in un paese esteticamente meraviglioso, che fa della bellezza la sua più grande forza. Rafforziamo questa bellezza creando. Edifichiamo i primi teatri del mondo moderno per la musica con una sostanziosa parte riservata ai posti in piedi e un’altra per chi vuol stare a sedere, come al parco Nord di Bologna. L’Arena di Verona può ospitale circa ventimila persona, come il Teatro Antico di Taormina. Perché non utilizzare ancor di più le meraviglie dei nostri antenati? Perché non prenderne spunto e realizzare grandi opere da tramandare ai posteri? Perché non vasti, accoglienti, mirati, efficienti, luoghi per concerti?

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Se questo articolo avrà la sfortuna di diventare virale senza dubbio verrò travolto da migliaia di insulti, come da copione Social dei nostri tempi. Verrò bollato come un insulso romantico che vive nel passato, che non guarda in faccia la realtà. Qualcuno che è andato a vedere i Guns N’ Roses magari affermerà che il rock è morto, qualcun altro rileggerà l’introduzione e mi schernirà dicendomi che sarebbe stato meglio accantonare il proposito di scrivere, qualcuno dirà che in Italia siamo buoni solo a lamentarci piuttosto che sottolineare le cose belle.
Io credo però che chi vive il rock, chi sente il suo spirito, non potrà che essere d’accordo con me. Il rock non morirà, ma difendiamolo prima che qualcuno lo faccia fuori.

“Until’ the spirit, new sensation takes hold, then you know”

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